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Diario


7 giugno 2006


Dai discorsi di

SILVIO BERLUSCONI

IL PRIMATO DELLA PERSONA E IL RUOLO DELLO STATO

I principi nei quali ci riconosciamo sono il primato della persona, la libertà, la solidarietà e la

sussidiarietà, l’economia sociale di mercato. Vogliamo costruire un’Italia in cui il merito sia

riconosciuto: chi ha la voglia e la capacità di costruire non venga impacciato da sistemi di

controllo burocratico, inefficienti e talvolta corrotti, i più deboli vengano aiutati a mettere in

valore le loro capacità e a partecipare come membri attivi alla vita della società. Rifiutiamo la

cultura dei diritti sostenuta dalla sinistra e le opponiamo una cultura dei diritti e dei doveri. Il

discorso demagogico della sinistra sui diritti finisce con l’attribuire allo Stato il compito di

realizzare tutti i diritti, e lo Stato di conseguenza deve disporre di tutti i poteri, dando vita a un

sistema assistenzialista e statalista. I diritti vanno realizzati con l’impegno di tutti, all’interno di

una società solidale. Lo Stato deve sostenere le persone, le famiglie, le comunità locali,

l’associazionismo, tutte le diverse forme organizzative in cui si articola la società civile e

intervenire direttamente solo dove nessun’altra forma di intervento è possibile.

Vogliamo proteggere e rafforzare l’essenziale funzione sociale della famiglia, che deve essere

punto di riferimento di tutte le politiche sociali. Vogliamo un fisco giusto per le famiglie, il

riconoscimento del lavoro sociale svolto soprattutto dalle donne all’interno della famiglia, il

sostegno alla creazione di un clima moralmente sano per l’educazione dei figli, l’aiuto alle giovani

coppie e la protezione della vita fin dal concepimento. Vogliamo combattere la droga che fa

male, che uccide, che è illegale.

Lo Stato esiste per garantire la libertà degli individui

Per noi la libertà – quante volte lo abbiamo ripetuto – è un diritto degli individui che precede la

società e che precede lo Stato, anzi per noi lo Stato esiste per proteggere la libertà di tutti, ma

non è la fonte della libertà. Esattamente il contrario di ciò che pensano i nostri avversari: per

loro i nostri diritti non provengono da noi, dal nostro essere persone, provengono invece

dall’entità Stato, il quale li concede graziosamente ai cittadini e quindi quando ritiene, per un suo

interesse, che è l’interesse della maggioranza al potere, può diminuirli, può annullarli, può

calpestarli. Per questa ragione lo Stato dei liberali è uno Stato con poteri forti ma rigidamente

limitati. Dentro una sfera che gli è propria lo Stato deve avere tutto il potere necessario, al di

fuori di questa sfera non deve averne nessuno. Non c’è quindi nulla in comune tra la nostra

visione liberale della democrazia e dello Stato e quella degli eredi delle ideologie totalitarie.

Questo è il motivo per cui siamo qui oggi, è il motivo che ci ha fatto scendere in campo nel 1994.

Per loro lo Stato viene prima dei cittadini, tutti i diritti dei cittadini sono nulla di fronte al potere

delle maggioranze politiche che possono concederli e revocarli, a seconda della propria

convenienza. Questo è vero per i diritti civili, i diritti individuali, i diritti economici. Non vi è

niente di inviolabile per loro, nemmeno la stessa libertà personale che è messa a disposizione di

una giustizia guidata dai criteri della lotta politica. Gli esempi li abbiamo davanti agli occhi.

La nostra concezione dell’uomo e dello Stato è la concezione liberale, è la concezione del

cattolicesimo liberale. Noi riteniamo che lo Stato non sia una divinità, pensiamo che lo Stato sia

semplicemente un’associazione tra cittadini che, per vivere meglio, per crescere in pace, per

difendersi dai pericoli esterni, decidono di mettersi insieme e di stipulare un contratto, che è

appunto lo Stato, a cui demandano come dovere fondamentale quello di difenderli, di proteggere

la loro vita, la loro integrità fisica, i loro beni, di garantire a tutti l’esercizio dei propri diritti

inalienabili. Il diritto alla libertà in tutte le sue dimensioni, il diritto di proprietà, il diritto alla

privacy e alla inviolabilità del proprio domicilio, della propria corrispondenza, il diritto ad avere

dei giudici imparziali. Tutti questi diritti noi cattolici liberali siamo assolutamente convinti che ci

appartengano perché siamo donne e uomini, siamo esseri umani. Questa è la grande differenza

tra noi e gli altri, i quali, con la loro concezione dello Stato-partito, dello Stato padrone, dello

Stato autoritario, dello Stato cosiddetto etico, pensano invece che lo Stato venga prima dei

cittadini, e che sia esso stesso la fonte dei diritti dei cittadini. Secondo costoro, lo Stato, quando

lo ritenga conveniente per se stesso, può ridurre questi diritti, limitarli e calpestarli. [...] È una

grande differenza che si manifesta anche nel modo di essere dello Stato. Per noi lo Stato deve

essere il meno Stato possibile, si deve interessare soltanto delle cose fondamentali, tutto il resto

lo deve lasciar fare ai cittadini. […]

SUSSIDIARIETÀ

Il nostro Stato, lo Stato dei liberali, dei cattolici liberali non è un’entità che tutto comprende e

tutto comanda. Le funzioni e i limiti dello Stato sono fissati da un alto principio, un formidabile

principio di libertà e di democrazia: il principio di sussidiarietà. Quante volte ne abbiamo parlato,

quante decisioni di questa sinistra contrastano con questo fondamentale principio. Ci sono oggi

molti equivoci sulla sussidiarietà. Gli statalisti hanno stravolto questo principio fino al punto di

invocare, in suo nome, un’espansione sempre maggiore della mano pubblica nella vita sociale e

politica. Questo è quanto fa oggi nel nostro Paese la sinistra cattolica, che è diventata così

statalista da superare in eccesso gli stessi eredi del Partito Comunista, e lo vediamo nelle sue

proposte sull’economia, sulla scuola, sulla sanità. Questo dobbiamo spiegare a tutti gli elettori

che ancora non si sono resi conto dell’incoerenza assoluta di questi signori con la loro tradizione,

la loro storia, i loro principi. Come definire il principio di sussidiarietà?

Sussidiarietà verticale. I privati cioè devono avere una loro sfera di attività nel cui ambito

riescano a raggiungere i loro scopi da soli, a soddisfare i loro bisogni indipendentemente

dall’intervento dell’istituto pubblico. Quando questo intervento si rende necessario deve

intervenire il livello di governo più vicino ai cittadini, il più controllabile da parte dei cittadini. Non

faccia quindi la Provincia ciò che può essere meglio fatto dal Comune, non faccia la Regione ciò

che può essere meglio fatto dalla Provincia, non faccia lo Stato ciò che può essere meglio fatto

dalla Regione, non faccia l’Unione Europea ciò che può essere meglio fatto dai singoli Stati. Ma

c’è un altro principio, quello della sussidiarietà orizzontale, che a nostro avviso non può non

essere introdotto nella nostra Costituzione se vogliamo davvero ammodernare lo Stato, se

vogliamo far dimagrire lo Stato, se vogliamo far diminuire le spese dello Stato. È il principio di

sussidiarietà in base al quale dovrebbero essere riconsegnati ai privati anche quei servizi

pubblici, per fare un esempio concreto, che oggi sono forniti dalle aziende municipalizzate,

perché i privati questi servizi normalmente li possono produrre in concorrenza tra di loro, a costi

più bassi del settore pubblico, con una qualità migliore per i cittadini, e anche con un grande

disaggravio di spese per lo Stato.

Liberalizzazione di servizi

Il concetto fondamentale è quello di lasciare allo Stato tutto ciò che non può essere attribuito

alla intrapresa dei privati e di dare invece ai privati tutto ciò che, in un regime di competizione e

di concorrenza, possa costare meno e possa essere migliorato come qualità. Il concetto

ispiratore deve essere quello di dare la possibilità a ogni cittadino di scegliere in quale scuola

istruirsi, in quale clinica o ospedale curarsi, con quale istituto assicurarsi. Con questo

naturalmente, facendo un’opera ancora migliore di sostegno nei confronti delle categorie più

deboli a cui potranno essere assegnati degli aiuti precisi, come il buono scuola e il buono salute,

che possano consentire a ciascuno di scegliere la scuola che vorrà, di scegliere l’assicurazione

che vorrà, di scegliere anche l’assicurazione sanitaria che vorrà, di non essere più un cittadino a

metà.

Il loro [della sinistra] credo è il centralismo, il dirigismo, lo statalismo, ovvero il contrario del

nostro, che è la sussidiarietà. Non hanno nessun limite in questo, perché la loro concezione dello

Stato discende dalla concezione dello Stato autoritario, padrone, lo Stato che è la fonte stessa

dei diritti, che noi consideriamo appartengano a noi tutti come persone. Noi sappiamo che questi

diritti vengono prima dello Stato, il quale deve essere al nostro servizio, mentre loro ritengono

che sia lo Stato a dover essere servito dai cittadini. Da questo loro credo deriva l’idea dello Stato

che fa tutto, che controlla tutto, che vuole sapere tutto, che regolamenta tutto, lo Stato

professore, lo Stato medico, lo Stato maestro, insomma uno Stato che è esattamente l’opposto

di quello a cui pensiamo noi: uno Stato che si occupa soltanto, ma bene, dei servizi essenziali, e

che lascia libertà totale per tutto il resto ai suoi cittadini.

Oppressione buracratica. Sburocratizzazione dell’amministrazione dello Stato

Dovremo mettere mano anche a questa grande e complessa congerie di leggi, di leggine, di

regolamenti, di decreti, di interpretazioni che hanno avviluppato in una morsa terribile la vita

nostra di tutti i giorni e la vita di chi si impegna per produrre. Credo che da tutte queste leggi noi

dovremo trarre per ogni materia dei testi unici, chiari, semplici, comprensibili, sino ad arrivare

alla formazione di nuovi codici, di testi unici, soprattutto per certe materie e in primo luogo per

la materia fiscale.

ECONOMIA E MERCATO

La nostra ricetta per lo sviluppo dell’economia e la nostra concezione del ruolo dello

Stato

La ricetta è molto semplice. Lo Stato deve farsi indietro, deve arretrare, deve lasciare libertà

all’economia. Oggi in Italia c’è troppo Stato, troppe leggi, troppi divieti, troppe regole, troppa

burocrazia, troppi controlli. Il risultato di questo metodo applicato all’Italia, il metodo della

sinistra, lo vediamo: più tasse, più divieti, più burocrazia, più disoccupazione, più miseria e, di

conseguenza, più criminalità, perché la miseria è un fattore importante di produzione di

criminalità. Noi contrapponiamo la nostra ricetta. Lo Stato deve farsi indietro, deve applicare

quel grande principio di libertà che è il principio di sussidiarietà. Dobbiamo familiarizzare con

questa parola. Che cosa vuol dire? Che lo Stato deve intervenire soltanto quando è necessario il

suo sussidio, il suo aiuto ai cittadini – perché questi cittadini, da soli, non ce la fanno a

raggiungere un risultato ottimale. Il che significa, quindi, che tutte le volte che i cittadini, da soli

o attraverso le loro organizzazioni […] riescono a raggiungere un risultato, a raggiungere quei

beni o quei servizi che ritengono a loro utili, tutte le volte che i cittadini riescono a fare da soli, lo

Stato si deve astenere dall’intervenire.

Lo Stato ti può e ti deve chiedere delle imposte, ma te le deve chiedere da Stato liberale, ti deve

chiedere delle imposte giuste commisurate ai servizi che ti dà. Guardate che nello Stato di «lor

signori», lo Stato autoritario, le imposte si chiedono. E non si dice: io sono obbligato a darti

servizi che funzionino. No, io sono lo Stato, tu sei il cittadino, io ti chiedo le imposte, le decido io,

le impongo io, tu devi solo pagare. Questo non è un rapporto da Stato liberale, questo è un

rapporto da schiavitù, da sudditanza fiscale. In uno Stato liberale, le imposte altro non sono che

ciò che il cittadino paga in cambio di servizi. Allora domandatevi tutte voi se ciò che le vostre

famiglie o le vostre imprese pagano è commisurato ai servizi che questo Stato ci ammannisce.

La risposta è sicuramente negativa.

Abbiamo anche detto che occorre ridurre le aliquote delle imposte se vogliamo avere

contribuenti onesti. Aliquote giuste fanno contribuenti onesti. Non si può chiedere a chi lavora, a

chi intraprende, a chi rischia, di vedersi sottrarre dallo Stato più di un terzo di ciò che guadagna.

C’è una norma di diritto naturale che sta nel nostro cuore e nella nostra mente, e ci dice che se

lo Stato ti porta via più di un terzo del frutto del tuo lavoro senti che è un sopruso, se ti porta via

il 50 per cento senti che è un furto, se ti porta via il 60 per cento o anche di più come succede ai

professionisti, ai commercianti, ai piccoli imprenditori, senti che è una rapina!

Ancora troppi vincoli, troppa carta, troppi adempimenti, troppe leggi, troppi regolamenti che ci

portano a non essere più competitivi, a non avere più libertà economica. Ricordatevi che la

libertà economica è un fatto concreto e importante, è un fatto spirituale, direi, come la libertà

politica, come la libertà religiosa.

SCUOLA, FAMIGLIA e STATO

La libertà di educazione è un diritto fondamentale delle famiglie, oltre a essere una condizione di

efficienza della scuola italiana nel suo complesso. Siamo per una scuola che collabori con i valori

a cui le famiglie tentano di educare i loro figli contro l’indottrinamento e la politicizzazione

dell’istruzione.

È inadeguata una scuola dominata dallo statalismo e dal centralismo

La scuola italiana è quasi totalmente nelle mani dello Stato, è dominata dallo statalismo e il

risultato è che è una scuola inadeguata. […] Noi diciamo che è inadeguata perché è dominata

dallo statalismo. Lo Stato ha fatto di tutto per tenere lontano dalla scuola le forze più vitali della

società, non ha avuto un ruolo di promozione delle comunità naturali, non si è limitato a svolgere

quelle funzioni che esse non avrebbero potuto svolgere, si è indebitamente sostituito a esse.

Il monopolio statale sulla scuola

Anche qui viene fuori l’ideologia di sempre. La scuola non deve essere lo strumento attraverso

cui lo Stato indottrina i giovani. Noi diciamo invece che sono i genitori che hanno il diritto, per

noi sacro, di decidere dell’istruzione dei loro figli: i genitori devono poter scegliere la scuola nella

quale ritengono che i loro insegnamenti possano essere continuati. Perché questo sia possibile la

scuola privata non deve diventare una scuola aperta soltanto ai ricchi, ma deve diventare aperta

a tutti. […]ecco il sistema che da sempre abbiamo propugnato, quello del buono scuola. Lo Stato

dà a tutte le famiglie che hanno ragazzi in età scolare un buono che esse possono spendere dove

vogliono, nella scuola pubblica o in quella privata. In tal modo si apre una concorrenza tra la

scuola pubblica e privata, una concorrenza che non può che migliorare la qualità

dell’insegnamento, perché le scuole si faranno concorrenza presentando i programmi migliori che

possano meglio formare i nostri ragazzi per le esigenze del mondo del lavoro, cercando di avere

gli insegnanti migliori, contendendoseli. Questo significa elevare il livello della nostra scuola […].

La scuola privata rappresenta nelle elementari solo il 6 per cento, e nella superiore il 7 per

cento. Siamo cioè vicini a quella situazione che un grande italiano, don Sturzo, dipinse con

queste parole: «Povero quel Paese in cui la scuola si avvia a essere una scuola soltanto pubblica,

quel Paese cessa di essere una democrazia e diventa una dittatura».

Noi vogliamo quindi che nel mondo della scuola entri la libertà, e libertà significa per noi

competizione, significa che tutti, laici e credenti, devono essere messi nella condizione di offrire

l’istruzione a condizioni di parità con le scuole statali. […] Un’autentica democrazia liberale e

un’economia di mercato aperta alla leale competizione sono la migliore garanzia perché ognuno

di voi possa sviluppare e mettere in pratica i suoi talenti, la sua volontà di costruire. Gli statalisti

di tutte le specie hanno paura del progresso perché hanno paura dell’individuo, non vogliono una

società di persone libere, vogliono una società di persone che dipendono dallo Stato per i loro

valori e per la loro vita quotidiana, preferiscono una povertà distribuita da loro a una ricchezza in

mano ai cittadini.

Tutti voi ricordate le nostre proposte del buono scuola e del buono salute. Altro che solidarietà a

parole, come quelle di cui la sinistra si riempie la bocca. Noi proponiamo una solidarietà vera,

quella di dare alle famiglie meno fortunate la stessa possibilità di scelta delle famiglie che invece

possono, in modo che anche le prime quando devono mandare i loro cari a farsi curare li

possano mandare, grazie al buono salute, o nella struttura pubblica, se si fidano, o nella

struttura privata, dal dentista pubblico o da quello privato. Quando devono decidere come

educare i propri figli li possano mandare o nella scuola pubblica, se piace loro farli indottrinare

secondo Marx come oggi di norma avviene nella scuola pubblica, o nella scuola libera, laica o

cattolica che sia!

EUROPA

Temiamo fortemente l’eurodirigismo e riteniamo che l’Europa non debba intervenire là dove

meglio possono farlo gli Stati, con una applicazione rigorosa di quel principio di sussidiarietà che

ormai abbiamo imparato a conoscere.

ANTICOMUNISMO

Uno storico americano, Arnold Beichman, ha giustamente sostenuto che una persona perbene,

normalmente informata su quel che è successo nel mondo, non può che essere, e nel modo più

naturale, visceralmente anticomunista. Il problema vero, sostiene ancora Beichman, sono coloro

che reagiscono istericamente, scompostamente al naturale anticomunismo.

Berlusconi è semplicemente un vero ed intransigente anticomunista. E gli uomini di sinistra si

sono dimostrati ancora comunisti perché alla fermezza di Berlusconi contro il male più grande

che ci sia mai stato (e che è comunque ancora presente) hanno reagito in modo violento ed

isterico cercando di mettere al bando l’anticomunismo, intimidendo, ridicolizzandolo, insinuando

sospetti su chi osa dirsi anticomunista.

Vi sono due modi diversi di essere comunisti. Ve ne è uno palese, che è quello di Rifondazione

Comunista e del Partito dei comunisti italiani. Non vi è bisogno di dilungarsi su di esso, tanto è

assurda la posizione di chi ritiene che il comunismo sia un’ideologia che possa rappresentare il

futuro e il bene dell’umanità.

Ma ve ne è uno meno palese, e proprio per questo più pericoloso. E’ il modo di essere

comunisti senza comunismo. E’ il metodo di rinnegare il proprio stesso passato comunista, di

lavarsi pilatescamente le mani di fronte all’evidenza delle decine di milioni di vittime del

comunismo, ma di mantenere i metodi di lotta politica del partito comunista, di mantenere

l’obiettivo di una egemonia del proprio partito –qualunque sia il suo nuovo nome– sulla società

civile, sulla cultura, sull'economia, sulla magistratura, sull’informazione, sulle istituzioni.

www.StoriaLibera.it




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7 giugno 2006





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7 giugno 2006



FINCHE' C'E' BERLUSCONI C'E' SPERANZA!!!!!!!!!!!!




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31 maggio 2006





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31 maggio 2006


Nell'ultima gara del campionato il Vicenza di mister Camolese centra l'obiettivo salvezza e archivia definitivamente questa stagione. Al Vicenza poteva bastare anche un pareggio e il risultato a reti inviolate ottenuto sul campo del Menti, mentre al Massimino di Catania i rossoblù conquistavano la massima serie, decreta il successo della formazione biancorossa che agguanta la permanenza nel campionato cadetto.




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31 maggio 2006





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31 maggio 2006





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31 maggio 2006






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31 maggio 2006



la moglie di Figo!Figa!




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26 maggio 2006



il miglior rocker italiano!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!




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24 maggio 2006





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24 maggio 2006





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24 maggio 2006





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24 maggio 2006





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24 maggio 2006





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24 maggio 2006





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24 maggio 2006



quanto gnocca e??????




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17 maggio 2006



il fenomeno!!!




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